#EP2014 – Gli elettori divisi in 5 categorie orrende

Un ritratto senza pietà degli elettori italiani. Non di tutti, solo di quelli che appartengono a cinque categorie orrende. Messi brutalmente alla berlina; nemmeno Beppe Grillo ha osato tanto. Se non rientrate in nessuna di queste, non vi preoccupate, significa che avete votato per il male minore. Come me.

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No, non ho votato PD

 

ASTENSIONISTI

Il primo partito del bel paese è di gran lunga quello dell’astensionismo: 20.348.165 di italiani non si sono presentati ai seggi per le ultime elezioni europee. Fino all’agosto del 1993 andare a votare non era solo un diritto, bensì anche un dovere. Nel corso dell’ultimo ventennio le cose sono cambiate: ora gli astensionisti sono a tutti gli effetti il pensiero dominante. Il distacco sul PD – campione uscente con 11.172.861 di voti – è di oltre 9 milioni di voti. In Italia sono andati alle urne il 58,68 % degli aventi diritto, contro il 66,46 % della precedente tornata elettorale continentale. Per una volta il dato italiano è superiore alla media europea, tuttavia il trend dimostra che nel tempo la forbice si sta accorciando. Il M5S – per la prima volta in corsa alle elezioni europee – viene spesso considerato un catalizzatore del dissenso e delle istanze anti-sistema; nonostante la sua presenza, l’affluenza complessiva è stata del 7,78% inferiore a quella del 2009.

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Un efficace riassunto del pensiero astensionista

 

IGNAVI

E’ in via di estinzione, ma la rara specie della scheda bianca esiste ancora: scende però dal 3,01 % all’ 1,99 %, ridimensionandosi di oltre 400 mila esemplari. Ligi al dovere, estremamente incerti, paralizzati dall’ansia da prestazione e forse portatori di un’indecifrabile verità, i cittadini della scheda bianca sono i discendenti diretti degli ignavi danteschi o, più semplicemente, Il Popolo del Fate Vobis. E’ impossibile capire chi siano, probabilmente tra loro c’è un vostro ex compagno di squadra, quello che dopo l’allenamento non si faceva la doccia in spogliatoio, lasciandovi il dubbio che non si sarebbe lavato nemmeno a casa. Si mimetizzano nel loro habitat naturale e, appena rimangono soli, propugnano il sacrosanto diritto di non avere un opinione. E’ una questione di privacy, credo. Non ammettono nemmeno a loro stessi che quella matita indelebile non ha mai toccato la scheda elettorale. E in fondo hanno ragione: chi potrebbe provare il contrario? Il loro motto è Fate vobis et favorite miki, slogan in latino maccheronico coniato da un ignavo del XIX secolo .

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« Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. » (Dante Alighieri, Inferno III, 31-51)

 

INCOMPRESI

Una popolazione che invece rimane stabile è quella degli incompresi. Si dividono in due sottoinsiemi, tra loro intersecati: i creativi e gli ignoranti. I primi sono quelli che compilano la scheda con una tale dose di fantasia che rende inutile ogni sforzo interpretativo. Sono poeti naïf, non di rado inclini al turpiloquio, che non si sentono rappresentati dallo status quo. I secondi sono invece semplicemente gli elettori che sbagliano a votare – o di votare? (per dirla a modo loro, ndr) – spesso per analfabetismo o mancata conoscenza dei candidati. Come dicevo, gli incompresi possono manifestarsi in una categoria ibrida: i creativi ignoranti, veri e propri idiot savant elettorali. Purtroppo i dati non ci permettono di avere percentuali certe sulla composizione degli incompresi, con grande ingiustizia le loro performance vengono asetticamente conteggiate tra le schede nulle e condannate all’anonimato. In queste ultime europee sono stati in totale 954.718 contro il 1.134.572 del 2009, ma la percentuale è rimasta pressoché invariata (3,30 % vs 3,47 %).

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Uno splendido caso di elettore incompreso

 

GARANTISTI

Diego Pretini su Il Fatto Quotidiano di qualche tempo fa ha dedicato un pezzo ai candidati indagati o condannati. Qui mi limito a citarne solo due: Paolo Romano e Raffaele Fitto. Chi segue la cronaca politica (e giudiziaria) sa che di loro si è parlato piuttosto male, ma il sostegno elettorale non è mancato. Non c’è niente da fare: ci sono elettori che sono più forti di ogni (pre)giudizio, il loro consenso supera tutte le barriere, anche quelle della legalità. Sono garantisti: se non li colgono in flagrante, non ci credono. Mi chiedevo se questa menzione speciale la meritassero di più gli elettori di Romano e Fitto o i loro staff. Poi ho scelto di dedicarla ai primi, che hanno esercitato, votandoli, uno dei diritti più preziosi; per i secondi in fondo è solo un lavoro. Gli elettori garantisti invece, non lo fanno per lavoro, ne sono proprio convinti.
Paolo Romano, da non confondere con l’omonimo parlamentare del M5S, è l’ex presidente del Consiglio Regionale della Campania, recentemente arrestato e ora ai domiciliari. Ha rinunciato ufficialmente alla sua candidatura, ma i suoi sostenitori hanno preferito dargli fiducia e lo hanno votato comunque. E’ finito sotto inchiesta per presunte pressioni atte a pilotare la nomina di alcuni dirigenti all’Asl di Caserta. La sua campagna è un case success da studiare, anche se la sua pagina web non è proprio aggiornatissima. Risultato finale: 11.858 voti, senza essere nemmeno candidato. Chapeau!
Raffaele Fitto invece è stato già condannato in primo grado nel 2013, ma per i suoi elettori la corruzione non è un reato grave. O almeno non lo è dopo il primo grado di giudizio. Il pugliese straccia tutti i concorrenti del centro-destra e si accaparra 284 mila preferenze, piazzandosi secondo nella Penisola dietro alla sola Bonafè (PD). E sembra solo l’inizio di una scalata al potere all’interno di Forza Italia, perché ora invoca la primarie. Insomma, bene o male, “l’importante è che se ne parli.”

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Paolo Romano, quello del NCD

 

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L’immagine qui sopra si riferisce al succitato caso di omonima, ma non pensate sia accaduto lo stesso tra i candidati della Lega Nord. Il Matteo Salvini che è stato eletto in tre diverse circoscrizioni (Nord-ovest, Nord-est e Centro) è lo stesso. Ovviamente il leghista non ha nessuna colpa, è la legge che lo permette. Anzi il suo è un vero successo, vista la mole di voti ottenuti nel centro-nord della Penisola.
Il mattatore della candidatura ovunque in tempi recenti è stato Silvio Berlusconi, che ha messo la sua faccia in tutte e cinque le circoscrizioni a ogni tornata dal 1994 al 2009. Alle europee di cinque anni fa aveva preso la bellezza di 2 milioni e 700 mila voti; all’epoca poteva ancora candidarsi. A suo modo, il Cavaliere ci ha provato anche questa volta: impossibilitato a partecipare per cause di forza maggiore, ha fatto scrivere il suo nome sul simbolo di Forza Italia. Solo per fugare ogni dubbio. Non si sa mai, qualcuno avrebbe potuto confonderlo con un altro partito.
Lista Tsipras ha invece candidato Moni Ovadia e Barbara Spinelli; poi loro hanno dichiarato prima delle elezioni che non avrebbero accettato la nomina ad eurodeputati. Potrei andare avanti, ma mi fermo qui il web ne è pieno.
L’elettore della circoscrizione nazionale se ne fotte della rappresentanza territoriale. Forse non sa nemmeno chi sta mandando a Strasburgo, ma se ne fotte ugualmente. “Io voto quello, che mi frega se poi ci va un altro. Mi ispira fiducia!”. Questo particolare tipo di elettore ha scambiato il Parlamento Europeo per Twitter: vede un nome conosciuto scritto là, non gli importa cosa farà, lui lo segue. Potrebbe essere pure Fabio Volo.

Lista Bruco Innamorato – Vota Fabio Volo

Articolo di Roberto Pizzato

Dialoghi sull’uomo a Pistoia ~ Condividere il mondo ~

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É uno splendido sabato pomeriggio di fine maggio, pienamente primaverile, quello che ci accompagna al festival culturale di antropologia “Dialoghi sull’uomo”, che si svolge da cinque anni a questa parte nell’accogliente e affascinante città di Pistoia.

Tra le strette vie medievali e la piazza del Duomo c’è  molto fermento, e si respira forte nell’aria la voglia di apprendimento, come la voglia di aprire il cuore e la mente verso l’altro da sè e verso ciò che ci risulta oscuro nell’agire umano in società.

In questa edizione il filo conduttore del festival è il concetto di condivisione, condivisione di beni comuni come di saperi, idee, visioni e punti di vista rispetto alla medesima realtà in cui viviamo, che difficilmente risulta oggettiva e interpretabile in maniera univoca, ma che proprio per questo può e deve essere ridiscussa da noi tutti.

Dai tanti incontri svoltisi al festival, credo sia importante distillare il concetto di cultura, essenziale per il nostro vivere comunitario. Cultura, che risulta essere un pilastro fondamentale, indispensabile per le sorti di una società, che si trova unita grazie a questo collante prodigioso. Zagrebelsky ci parla difatti di una cultura che permette di riconoscerci senza conoscerci, che ci offre dei punti di riferimento ideali, condivisi. La cultura ci unisce come popolo, ci tiene legati assieme l’uno con l’altro. Senza la cultura, l’economia e la politica non avrebbero nessun peso specifico, non potebbero reggersi, cadrebbero su sè stesse come una casa priva di fondamenta.

La cultura però non può venire dipinta come un elemento aprioristicamente positivo, in quanto produce anche dei confini (un Noi), che spesso conduce alla formazione di confini ben definiti, importanti certo per il mantenimento della nostra identità collettiva ma al contempo potenzialmente pericolosi. Ciò che è diverso da Noi infatti, viene escluso naturalmente dal gruppo culturale di riferimento e in certe circostanze viene ad assumere le sembianze del nemico da tenere a debita distanza o da combattere a tutti i costi.

Ed ecco che emerge anche il tema della tensione, dello scontro, del conflitto, il quale come ci ricorda Aime, se gestito in maniera intelligente, risulta essere un fattore vantaggioso sia nelle relazioni interne a una famiglia, sia nelle relazioni tra gruppi più estesi, come tra gruppi etnici, generazionali, economici o politici. Tale tipo di conflitto fa sì che si crei infatti una feconda dialettica tra i gruppi ostili, fondamentale per generare un humus culturale che possa arricchire il terreno in cui crescono piante potenzialmente generatrici di nuovi frutti socio-culturali, economici e politici; il ché non significa necessariamente fare tabula rasa di tutto ciò che si è appreso e costruito nel tempo dai nostri avi, ma al contrario partire da ciò che di buono c’è già nella società in cui viviamo per costruire su quello che ci appare più adatto alle nostre aspettative di vita, un avvenire migliore di quello attuale, magari basato proprio sulla condivisione (in un passato non troppo lontano già ampiamente conosciuta ed esperita come modus vivendi).

La condivisione di tutto ciò che di buono abbiamo (sia rispetto alle cose materiali che a quelle spirituali) è forse un vecchio-nuovo concetto che stiamo imparando a rimettere in pratica nella vita quotidiana, sotto nuove forme, in una società tuttavia completamente diversa da quella di 60 anni fa. Basti guardare come negli ultimi anni abbiano preso piede in tutto il mondo (grazie anche alla rete internet) dei nuovi esperimenti di condivisione che in seno a vari movimenti contro-culturali (ovvero alternativi alla cultura dominante imposta dal neo-liberismo) si sono affermate prepotentemente, come il car-sharing, il co-housing, il couch-surfing, il co-working, … e chi più ne ha più ne metta.

f.Azzolin

Chez nous, à Yagoua! – la cooperazione in mostra

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Cosa significa essere una cooperante in una zona rurale dell’Africa? Quali sono le emozioni che si provano vivendo in un contesto simile? Quali le immagini che si imprimono nella fresca mente di una cooperante che si immerge nella quotidianità di un villaggio africano? Silvia Dall’Osto cercherà di rispondere parzialmente a queste domande il venerdì venturo, tramite la foto-narrazione di un pezzo di Yagoua (Camerun), esposta nei locali dell’associazione culturale Yourban di Thiene.

Incontriamo Silvia mentre è indaffarata nella creazione e montaggio della sue cornici di cartone che ben si abbinano agli spaghi di canapa che sosterranno i suoi quadri. Lo stile di questi sembra voler richiamare il contesto rurale povero ma dignitoso in cui ha vissuto per più di un anno. Tra scuole, cortili, fiumi, campi di cotone, pozzi, distese campestri, piroghe, immensi alberi e immense persone, modeste case di agricoltori, pescatori e allevatori.

Facciamo qualche domanda a Silvia per farci spiegare brevemente cosa vuol dire per lei questa mostra e il motivo che l’ha spinta a organizzarla.

Cosa vuoi raccontarci Silvia con questa mostra?

Il similviaggio “Chez nous, à Yagoua!” cerca di raccontare volti, colori ed emozioni vissute in un (intenso!) anno e mezzo trascorso a Yagoua, piccolo villaggio rurale situato nel Nord del Camerun al confine con il Ciad. Non quindi una semplice mostra quanto piuttosto un viaggio in quella che è diventata di fatto per me, la mia seconda casa. Tante le persone incontrate lungo la strada e, con le quali ho condiviso gioie, petits, grands problemès, scoperte, stelle, otollo, ricette, usanze, allumettes, pioggie torrenziali, piroghe, frutti sconosciuti, risate.. Cercherò quindi di riproporre un similviaggio in quel di Yagoua dove, attraverso volti e luoghi a me familiari, ci si potrà veramente sentire come mi sono sempre sentita io, a casa.

Quale o quali sono i motivi che ti hanno spinto ad organizzare questa mostra?

Due i motivi ed entrambi legati a due frasi che non mi potrò mai scordare.

La prima, detta dal caro Abakar: Il n’y a que les montagnes qui ne se rencontrent pas (Le montagne non si rincontrano mai). Le persone invece sì, prima o poi, sia fisicamente ma anche in altri e diversi modi. Uno di questi è appunto la condivisione, di chi ha avuto la possibilità di conoscere, di incontrare e respirare persone e posti nuovi con chi ci sta attorno, amici, famiglia e comunità.

La seconda, detta da un contadino: Les mots ont une valeur (Le parole hanno un valore). Una promessa fatta e non portata completamente a termine. L’acquisto a titolo personale di banchi per rifornire una scuola elementare di Yagoua, dove per un anno e mezzo ho passato gran parte delle mie giornate con la cara Vale e tanti bimbi. Sapere allo stesso tempo che quei banchi non sono sufficienti per tutti, sentire di avere quel “sospeso” che pesa e voler fare qualcosa di concreto attraverso un progetto…

Che genere di serata sarà? Lascerai che parlino esclusivamente le foto?

La serata avrà inizio alle 21.00 e attraverso l’esposizione fotografica, ognuno avrà modo di vivere il proprio similviaggio tra gli scorci e i volti di Yagoua. Dopodiché verso le 21.30, vi sarà una breve spiegazione della mostra, il racconto di questa mia esperienza e del progetto “Chez nous, à Yagoua!”. Con me, ci saranno anche le mie care compagne di viaggio cooperanti conosciute a Yagoua.

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L’Azerbaijan e i diritti dell’uomo

E’ un soleggiato Lunedì di Dicembre, ma per le strade del centro di Baku si respira un’aria differente dal solito. Gruppi di poliziotti stazionano in diverse aree del centro storico. Un pullman di agenti in tenuta da sommossa é parcheggiato a pochi metri dalla “Piazza della Fontana”. Nella piazza stessa, alcuni uomini vestiti con abiti scuri passeggiano con sguardo vigile. Sembrerebbero dei semplici passanti, ma sono poliziotti in borghese e controllano la situazione i movimenti nella piazza, comunicando di continuo con i loro colleghi.

Indossando delle casacche gialle, un gruppo di giornalisti attende l’inizio di una dimostrazione che sta per cominciare, seduti su alcune panchine davanti al McDonald’s del centro. Passano soltanto una manciata di minuti infatti, che un gruppo di persone di età diversa si raduna e comincia a manifestare, brandendo cartelloni e cantando slogan, invocando giustizia e libertà in Azerbaijan. La gente protesta ad alta voce contro i metodi autoritari del governo guidato da Ilham Aliyev.

Questo non é un Lunedì come gli altri, ma Lunedì 10 Dicembre, la giornata mondiale per i diritti dell’uomo, commemorazione della dichiarazione firmata a Parigi nel 1948. Ed é proprio la legittima libertà di manifestare dei cittadini ad essere violata, quando un gruppo di poliziotti irrompe sulla folla, prendendo con la forza i manifestanti e trascinandoli via di corsa, correndo il più velocemente possibile verso il pullman poco lontano, per non farsi immortalare dalle videocamere e dalle macchine fotografiche dei giornalisti. E’ dal 2006 che le autorità non autorizzano alcuna manifestazione d’opposizione nel centro della città.

Un gruppo di poliziotti tenendosi per mano “ripuliscono” la piazza, trascinando all’interno della loro “catena umana” tutte le persone che si trovano nel luogo. Per qualche minuto la piazza si svuota e i poliziotti se ne vanno. La manifestazione sembra essere sedata. Pochi minuti dopo però, un gruppo di persone prendono coraggio e riprendono a manifestare. Alcune donne sono in prima linea e gridano slogan di libertà davanti alle telecamere dei giornalisti.

La manifestazione dura però poco meno di un minuto: i poliziotti tornano di corsa di gran carriera, irrompono sulla pacifica dimostrazione e prendono di forza i manifestanti. Tre poliziotti portano via la donna che tra tutte era la più agitata, ma nel trasportarla di forza la lasciano cadere a terra violentemente. Nel caos generale, i poliziotti prendono di forza anche gli altri manifestanti e li trasportano fuori dalla piazza, nel quartier generale che hanno preparato poco lontano. La piazza torna ad essere silenziosa dopo pochi minuti e nessuno protesta più.

Sono 87 i manifestanti arrestati, secondo il giornale d’opposizione online Azadlig, detenuti in tre diverse stazioni di polizia per alcune ore, prima di essere rilasciati. “In Azerbaigian questo tipo di eventi non fa notizia. Tutti i canali televisivi sono controllati dal governo” mi racconta un giornalista di Kanal13, televisione locale online, che insieme ad altri media d’opposizione ha deciso di documentare gli accadimenti nella “piazza della fontana”. Secondo Amnesty International, le autorità Azerbaigiane criminalizzano regolarmente ogni forma pacifica di protesta anti-governativa e usano metodi legislativi e amministrativi per mettere al bando gruppi di cittadini e organizzazioni impegnate nel campo dei diritti umani.

Secondo Reporter Senza Frontiere, l’Azerbaigian si trova al 162° posto al mondo nella speciale graduatoria sulla libertà di stampa. Soltanto altri 17 paesi si trovano in una condizione peggiore. Paradossalmente il boom economico vissuto dal paese negli ultimi sei anni ha ristretto ulteriormente il pluralismo nell’informazione e i media d’opposizione sono soggetti a pressioni sempre maggiori. Blog e social network sono sotto la costante sorveglianza del Ministero della sorveglianza nazionale. Secondo Human Right Watch sono almeno otto i giornalisti e tre i difensori dei diritti umani ad essere attualmente in carcere in Azerbaigian, con l’accusa di diffamazione politica o incriminazioni relative ad un ipotetico e del tutto inventato possesso di droga.

Mandela e l’importanza della coerenza

Cosa può regalarci la morte di Nelson Mandela, se non la forza di continuare a credere nei propri ideali e di lottare in ciò che si crede? Ma per dirla come la diceva Goethe “Pensare è facile, agire è difficile, ma ciò che è più difficile è agire coerentemente con ciò che si pensa”. Nelson Mandela ha scelto proprio la più difficile di queste strade, quella di lottare per la giustizia e per l’uguaglianza, contro l’apartheid, il colonialismo, l’imperialismo. Oltre i suoi interessi personali. Non ha risparmiato critiche agli oppressori che guidavano il suo paese, ma non le ha mai risparmiate neppure ai governi mondiali che sfruttavano il mondo per i propri interessi. Non ha risparmiato critiche agli americani. Nel 2003 diceva “Se c’è un paese che ha commesso atrocità impronunciabili nel mondo, quelli sono gli Stati Uniti”.

L’America aveva da poco invaso l’Afghanistan e si apprestava ad invadere l’Iraq. Per Mandela un’azione militare contro il regime di Saddam Hussein era da considerarsi del tutto illegittima, tale da danneggiare le Nazioni Unite. “L’unica cosa che vuole Bush è il petrolio” affermò Mandela nel Gennaio 2003. In effetti, prima dell’invasione americana in Iraq, l’industria petroliera irachena era un’impresa statale, chiusa alle compagnie occidentali. Oggi è privatizzata e principalmente dominata da compagnie straniere, da ExxonMobil a Shell, passando per Chevron e BP, quelle compagnie che a suon di dollari hanno finanziato la vittoria politica di Bush e Cheney. E proprio Bush l’altra sera, si univa al coro di cordoglio per la morte di Mandela, definendolo  “una delle più grandi forze di libertà ed uguaglianza del nostro tempo”. A dispetto di altri, si potrebbe aggiungere.

Chiunque abbia un po’ d’idealismo nelle proprie vene ha onorato la morte del leader sudafricano. Nei social network per alcune ore non si parlava d’altro. La gente ossequiava Mandela con l’intimo nome africano Madiba, con quel suo nome di origine tribale con il quale veniva intimamente chiamato nel proprio paese, in contrapposizione al nome Nelson, di chiara origine coloniale. Le sue frasi più celebri sono diventate virali nella rete.“It always seems impossible until it’s done.” “Education is the most powerful weapon which you can use to change the world.” Per un giorno e forse soltanto per qualche ora, abbiamo ricominciato a credere e a sognare. La forza di un uomo che ha sfidato l’ingiustizia dello status quo per trasformarlo è diventata la nostra forza. Le sue parole sono diventate le nostre parole, messaggi forti, capaci di toccarci nel profondo.

Difficile non sentirsi, almeno per un istante, vicino ad uomo come Madiba. Persino Netanyahu, il primo ministro israeliano, ha detto la propria su Mandela “Sarà ricordato come il padre del Nuovo Sud Africa e un leader morale di alto livello”. Eppur non sono stati pochi gli analisti politici che in questi anni hanno paragonato l’apartheid coloniale in Sud Africa all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Nemmeno Mandela ha mai risparmiato critiche a Israele, denunciando le violazioni dei diritti umani del suo esercito e le ingiustizie perpetrate nei confronti del popolo palestinese. Secondo Mandela, la libertà in Sudafrica non sarebbe stata completa senza quella dei Palestinesi.

La sua morte ci ricorda il valore della verità e l’importanza di credere nella giustizia, ed è importante che un evento di portata epocale come questo rafforzi in ognuno di noi l’importanza di credere in un mondo più equo e giusto, e di lottare per ottenerlo. Ma ciò che è più importante è che la sua lotta per la giustizia ci richiami ad essere coerenti con le nostre parole, e con i nostri ideali. Non oggi soltanto, perché il nostro mondo ha oggi estremo bisogno di tanti altri Madiba

 

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Il cammino verso l’ignoto

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Camminavo lungo un sentiero a me ignoto. Davanti a me c’erano due percorsi tanto affascinanti quanto diversi tra loro. La scelta stava a me e soltanto a me.

Tornare indietro sarebbe stato improponibile. Presto si sarebbe fatto buio. Era già da parecchi giorni che camminavo e l’aria si stava facendo più pungente. Presto l’inverno avrebbe fatto il suo ingresso infilandosi insolentemente nella porta lasciata spalancata dall’autunno.

Senza avvertire la neve sarebbe giunta cadendo incautamente, mentre il il ghiaccio si sarebbe prima insediato nelle zone ombrose e poi esteso poco a poco congelando torrenti e ruscelli, seguito dal lento incedere della neve, che con la sua candida mano protettrice avrebbe fermato il tempo.

Ciononostante in un modo o nell’altro avrei dovuto giungere alla mia meta. Me l’ero prefissato. Nemmeno volendo avrei potuto cambiare d’idea.

Arrivato il gelo avrei dovuto cercare un riparo. Con un po’ di fortuna avrei incontrato ospitalità in qualche rifugio lungo il sentiero. Nel caso contrario avrei dovuto costruirmi un ricovero di fortuna.  Ma quando sarebbe arrivato il gelo? E quanto intenso sarebbe stato? Come sarei sopravvissuto alle rigide temperature invernali? E soprattutto come mi sarei procacciato il cibo?

Poche le certezze, tanti i dubbi.

Le paure si stavano avvicinando a me ad una velocità folle, come un branco di cavalli imbizzarriti sospintimi contro da un potere oscuro.

Dunque quale sentiero sarebbe stato meglio scegliere? Quello intricato, ombroso, poco battuto ma più affascinante, oppure quello più sicuro, luminoso, ben segnalato ma più noioso?

Quale la scelta la migliore?

Forse avrei dovuto sedermi e meditare davanti a quel bivio prima di prendere il cammino che in quel frangente il mio istinto indicava. Ma no, ormai non c’era più tempo. I piedi si stavano già muovendo per conto loro e le gambe li avevano seguiti a loro volta, conducendo con sé tutto il resto, senza dare il tempo al cervello di registrare ciò che il corpo stava facendo.

I primi passi erano compiuti, avevo dato il via al gioco e non avrei più potuto tirarmi indietro. Pena, l’eliminazione dal gioco stesso. Perciò in men che non si dica il primo tassello cadde, portando a terra con sé il secondo, che a sua volta lentamente cadde scatenando quella serie di conseguenze inattese che ora parevano inarrestabili.

Tutto ora fluiva come doveva, come se fosse già stato deciso da qualche entità superiore. L’unica certezza era che ad un certo punto questo effetto-domino avrebbe avuto fine. Senza se e senza ma. Il movimento si sarebbe arrestato, per lasciare spazio alla quiete e alla contemplazione.

Uno spazio temporaneo per metabolizzare il percorso compiuto.

Presto difatti mi sarei trovato ancora una volta in cammino, magari dinnanzi ad un’altra biforcazione. Pronto a scegliere, pronto a sbagliare di nuovo, pronto a entrare nel gioco consapevole che la mia scelta avrebbe portato con sé una serie di conseguenze al di fuori del mio controllo.

La mia abilità questa volta sarebbe consistita nel farmi trasportare scientemente dal flusso del fiume, evitando di ritrovarmi in balia di pericolosi mulinelli ed evitando al contempo di aggrapparmi agli alberi che mi avrebbero sporto le loro forti braccia. Probabilmente questi mi avrebbero permesso di rallentare e controllare la corsa, ma al contempo avrei rischiato di ferirmi stupidamente.

Più consapevole rispetto a un tempo, mi sarei fatto dunque trasportare serenamente dal fluire del fiume, prima di arrivare a sfociare nel mare aperto.Qui avrei atteso pazientemente. Prima o poi sarei evaporato e salito verso l’alto. Poi, mi sarei fermato e placidamente avrei osservato, da una prospettiva completamente nuova, il ritmo della vita terrestre.

Prima di scegliere dove farmi precipitare e quali forme di vita incontrare.

Prima di decidere in quale terreno immergermi e quali elementi vitali assorbire.

Prima di donarmi totalmente alla terra, irrigandola della mia essenza.

Fabio Azz.

Siamo i voyeur della pornopolitica italiana

Altro che teatrino, la politica del Belpaese è il set di un film hard

di Roberto Pizzato

Ci sono ricascato. Sono schiacciato dal senso di colpa che, va sempre a finire così, lascerà spazio solo a una sconsolata deprivazione di serenità causata dall’incolmabile distanza tra me e la realtà. Provo repulsione. Schifo me stesso. Lo devo confessare: ho commesso, di nuovo, il solito errore. Un collaudato meccanismo mentale è scattato, come di consueto non ho saputo controllarlo e, con l’emozione della prima volta, mi sono connesso a internet.

Ci ho creduto, con l’entusiasmo di un bambino, o meglio, con la prurigine di un adolescente, mi sono sintonizzato sulla diretta online. Era come la proiezione per la stampa di uno di quei film di cui sai che si parlerà per mesi, di quelle partite di calcio che viste in diretta non sono come raccontate. Volevo sentirlo – sì lui – volevo sentirli – sì, anche tutti gli altri – prendere la parola, difendere le loro opinioni. E poi volevo vederli votare, guardare le loro facce.

Il presidente li redarguiva con il tono del professore che cerca di tenere buona una classe di ragazzini turbolenti, maleducati che parlano senza alzare la mano, che schiamazzano e disturbano. Che insultano i compagni, non prestano attenzione, che amano far caciara. Dei giovanotti hanno la stessa sfacciataggine, uguale impudenza, il medesimo menefreghismo di fronte alla catastrofe imminente, ma meno scusanti. Eppure questa classe di ripetenti ci gode a essere bocciata, per prolungare l’idillio di un’infinita adolescenza nelle aule della democrazia. I senatori, più anziani degli amici dell’altra classe, i deputati, in fondo si chiamano così perché in latino senex significava proprio vecchio, e la loro maturità anagrafica, un tempo, era misurabile dal numero di rughe e capelli bianchi. A proposito di età, di qui in poi l’articolo diventa vietato ai minori e questo è a tutti gli effetti un disclaimer.

Per l’uomo della strada ogni classe sociale viene ricondotta a una fisiognomica di riferimento, e i politici, uomini pubblici per antonomasia, devono fare i conti con le sue norme estetiche. Il canuto homo politicus, costretto dalla spinta di rinnovamento di questi ultimi anni, ha plasmato la sua immagine grazie alla chirurgia estetica, al trucco, all’inganno, al ricambio generazionale. Ma ha mantenuto la stessa espressione: egli gode. Noi, voyeur della cosa pubblica, siamo i testimoni del loro piacere, l’esercizio del potere finalizzato all’autoriproduzione di se stesso. Nonostante la ritualità dell’atto – si parte con i preliminari, i pareri sugli ordini del giorno e gli emendamenti; si finisce con la emissione di una sostanza, il voto – questa rappresentazione ha un suo intrinseco significato, pare. E il momento dell’amplesso, specie se pensa che debba essere l’ultimo, l’eletto – porcellum o no, pur sempre da noi – lo vive a modo suo. Qualcuno ci mette disperazione, altri trasporto, improvvisazione; certi seguono copioni scritti o mentali, altri ancora sono inesperti e non hanno ancora trovato un loro ruolo in questa orgia boccaccesca. Palazzo Madama è la fantasia erotica – o meglio pornografica – di un set all’altezza per questi erotomani del potere, i pornopolitomani.

Inizialmente non guardo il video, né ascolto le voci mentre provo a occuparmi delle mie faccende quotidiane, con le quali, ritenetevi fortunati, non mi va di tediarvi. Li sento parlare, citano Max Weber e Voltaire, si prodigano in paragoni tra alcuni di loro e – in ordine sparso – Berlinguer, Hitler, Stalin. Dell’ars retorica ormai sono rimasti pochi cultori: la TV, la madre puttana della cultura italiana contemporanea, ha spazzato via tutto. E noi figli di puttana, vista la mal parata, ci siamo buttati sul web sperando che le cose cambiassero. Degli effetti di internet sulla vita quotidiana, dobbiamo ammetterlo, il primo è stato il porno gratis per tutti. Definirlo di portata storica è d’obbligo. Al contrario delle altre rivoluzioni questa non è stata sconfessata da chi l’ha portata avanti. Chi, come quelli della mia generazione, l’ha vissuta sulla propria pelle, sa che quella è stata la vera rivoluzione sessuale. Ma questa è un’altra storia, di evoluzione dei costumi sessuali grazie all’iconografia del porno, e della conseguente disinibizione di massa riguardo al sesso, parleremo un’altra volta. Torniamo a noi. All’inizio – dicevo – non guardavo, ma poi tutti questi schiamazzi, i sospiri e le urla, insomma non sono riuscito a resistere. Ci sono ricascato, appunto. Per tre ore sono rimasto imbambolato di fronte alla diretta streaming. Pensavo che il mondo si sarebbe fermato, che gli occhi della stampa internazionale e le sorti del mio futuro passassero per quel momento: il voto di fiducia.

Con il passare del tempo mi sembrava sempre più chiara una sola, fondamentale, cosa: mi stavo masturbando. No, le mani erano sopra il tavolo. Erano le meningi a farlo, il mio cervello proiettava su quei volti, in alcuni casi non meno ritoccati delle più affermate pornostar, desideri e fantasie represse. L’espressione il teatrino della politica è abusata in politichese, del teatrino qui non c’è nulla, questo è un film porno. La sostanza è questa, che siano amateur esordienti, o celebri e scafati attori hard, godono come animali, ma con professionalità. Io li guardo, mi illudo che la loro sublimazione del sadismo sia la democrazia parlamentare. Ma dopo un po’ mi accorgo della distanza che c’è tra me e loro, che quella è una recita, non è la vita reale. In fondo sono in diretta televisiva. Non preoccupatevi, non sto per propinarvi un pistolotto sulla teoria ipodermica o su come una telecamera puntata influisca sui comportamenti umani. Il distacco però c’è, è tangibile come il mio disagio e va a braccetto con la mia progressiva confusione mentale.

Ragiono, penso, non mi lascio prendere dall’istintivo, mai così auto conservativo, qualunquismo che mi spingerebbe a spegnere il monitor. Rimango lì, e mi masturbo. Continuo a trastullarmi, crogiolandomi nella mia presunzione di capire e nella convinzione che davvero quello che dicono abbia un senso. Che sia vero, come le facce di chi si commuove, trema, s’infervora. Somatizzo. Rendo patologica la distanza che c’è tra me e loro, ma me ne frego e continuo a guardare. Certo, non sono sicuro di avere il quadro, ma mi perdo a fantasticare cercando di trovarci un senso.

“Ma di che parlano? Saltano di palo in frasca usando argomenti pretestuosi. Ma no, c’è un significato, una strategia. E anche se fosse? Io non capisco. Ma che penso? Guarda. Ascolta. Sta succedendo davvero. Quale distacco, qui si fanno le sorti dell’Italia!”

Infine l’epilogo: vengono. Vengo pure io. La fiducia è stata votata. Mi sento svuotato, ma anche un po’ tradito. Tutto questo tempo impiegato per… Per cosa? Masturbarmi? La mia percezione del presente e del futuro è quella di un ragazzino brutto e in sovrappeso, che ce l’ha pure piccolo. Sconfitto, mi arrabbio con me stesso, giuro che sarà l’ultima volta. Faccio appello a quel che resta del mio ottimismo ed esco per strada. Vedo che nulla è cambiato, né cambierà domani. I cambiamenti, quelli veri, avvengono giorno per giorno, che nemmeno te ne accorgi.

Rifletto e arrivo alla conclusione: hanno trovato il modo di essere stipendiati per la loro vocazione, ossia, da pornopolitomani, l’orgia politica. Fedifraghi dell’onestà intellettuale, hanno trasformato la perversione in professione, liberandosi così dallo stigma della compulsione. Trovo che “teatrino della politica” sia un’espressione fuori luogo. Fa pensare a una compagnia di paese, di quelle che recitano in teatrini di periferia, che inscenano spettacoli ambulanti con le marionette, ad attori senza pretese che ci mettono passione in un’attività che è poco più che amatoriale.

E’ tutto chiaro ora: il malato sono io. Il compulsivo sono io. Abbattuto, torno a casa. Lungo il tragitto mi balena un’idea, nemmeno troppo diversa da quella che sta alla base della terapia di gruppo: condividerò la mia esperienza con qualcuno. Inizio a scrivere e cerco la comprensione di chi, come me, ci è ricascato. Lo faccio per curarmi. Aiutatemi.

Cambiamento Climatico – Gravissimo il costo dell’inazione

Cambiamento Climatico – Gravissimo il costo dell’inazione

di Nicola Zolin

Abbiamo più o meno sentito tutti parlare del riscaldamento climatico: il progressivo aumento della temperatura del pianeta, generato dal nostro modello di mangiare, lavorare e più in generale consumare. Nel giro di mezzo secolo l’uomo, nel suo percorso verso un modello di vita sempre più comodo e soddisfacente, ha rimesso nell’atmosfera l’anidride carbonica che nel corso di millenni s’era sedimentata sulla crosta terrestre.

L’anidride carbonica è uno dei principali gas ad effetto serra. Essa assorbe il calore prodotto dalla luce del sole e lo trattiene, anziché lasciarlo disperdersi nello spazio, provocando così un innalzamento della temperatura della superficie terrestre.

DI riscaldamento climatico non si parla però molto spesso, perché di solito l’argomento raggiunge la ribalta mediatica soltanto nei momenti critici, quando un alluvione provoca un migliaio di morti da qualche parte nel pianeta o quando ad essere allegata è un’intera isola, o una città che é costantemente nel mirino di macchine fotografiche e smartphone come New York. Passati questi eventi traumatici, smarrita la memoria per i morti e per i disastri causati, svanisce anche la voglia di parlare del problema in questione.

Ora però gli scienziati climatici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) hanno stilato in dettaglio la quantità di anidride carbonica che noi umani possiamo ancora emettere nell’atmosfera senza pregiudicare seriamente il nostro ecosistema. E’ emerso che oltre la metà delle emissioni che ci sono in un certo senso “concesse”, sono già state diffuse nell’atmosfera. Se la gente continuasse ad emettere gas ad effetto serra a questo ritmo, il carbonio accumulato nell’atmosfera produrrebbe nel giro di due o tre decenni un aumento della temperatura di due gradi centigradi, con un conseguente innalzamento del livello del mare, onde di colore, siccità e condizioni climatiche estreme.

I due gradi centigradi sono una soglia simbolica che gli scienziati dell’IPCC considerano il limite massimo ad una situazione che si sta facendo di giorno in giorno più critica. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha intimato i leader del mondo a trovare un nuovo accordo sulla riduzione delle emissioni e lo stesso segretario di stato americano Kerry ha affermato che l’ultimo report dell’IPCC “è un’altra sveglia: chi negherà la scienza e preferirà delle scuse all’azione sta giocando con il fuoco”, aggiungendo che “il costo dell’inazione potrebbe crescere oltre un limite che nessuno con coscienza e buon senso vorrebbe contemplare”.

Il tempo delle chiacchiere è finito da tempo, ma oggi ancor più di ieri urge il bisogno di rammentarlo.

Diario di un autostoppista – Frammenti di una vita ricca

Se ci concentriamo fortemente in noi stessi, possiamo percepire il presente e possiamo percepire il futuro. Entrambe queste dimensioni temporali stanno fluendo in quello che é il nostro presente. Stamattina per esempio ho la sensazione che il sole brilli di una luce speciale. Sono a Roma e voglio tornare alla stanza e alla terrazza dove vivo a casa di mio nonno, di fronte a delle belle colline verdeggianti dalle quali spuntano i pinnacoli dei campanili di Mure e di Molvena. (E’ in quella stanza che scrivo, è in quella stanza che immagino il mondo, è in quella stanza che mi sento in nessun luogo e allo stesso tempo ovunque, libero di guardare le lancette dell’orologio scorrere senza che scappino da nessuna parte.) Il treno meno costoso che va verso casa mia viene però circa 55 euro. Autobus oggi non ce ne sono. Dovrei aspettare altri due giorni e pagare comunque quasi 60 euro.

La seducente luce del sole mi ha però già convinto a scegliere la via che ormai è per me la più familiare, oltre che la più economica e la più avventurosa: l’autostop. Degli amici romani mi accompagnano dal raccordo anulare fino alla Salaria, la strada che porta poi verso Firenze. E’ mezzogiorno e mezzo. Sentono un brivido lungo la schiena ad abbandonarmi in una stazione di servizio qualunque e a lasciare a degli sconosciuti il mio destino. Ci metto però dieci minuti a trovare una famiglia che mi da fiducia e mi accoglie a bordo. Padre, madre e figlia di due anni e due mesi (Alice) mi ospitano nella loro auto che viaggia poco più a Nord di Orte. Stanno andando tutti dalla zia e Alice vorrebbe che andassi insieme a loro. Mi raccontano che la zia è buddista, del buddismo Nam-Myoho-Renge-Kyo della Soka Gakkai. Se arrivassi da lei a sorpresa mi considererebbe un regalo della vita e mi accoglierebbe con gran felicità. Parliamo insieme come se fossimo amici da sempre, imbastiamo un rapporto confidenziale istantaneo. Declino ciò nonostante l’invito del pranzo dalla zia e mi faccio mollare in una stazione di servizio autostradale.

Scendo e mi guardo attorno. Ci sono auto che vanno avanti e indietro e si fermano a rifornire. Un ragazzo sta chiudendo la portiera quando lo saluto e gli chiedo un passaggio. Mi guarda basito, come se pensasse che volessi vendergli qualcosa, ma quando gli chiedo un passaggio è felice e mi fa salire volentieri. Viaggia verso Lucca al concerto dei Sigur Ros e mi lascerà nei paraggi di Firenze. Parliamo per due ore di musica, viaggio e misticismo. Paragoniamo la cultura dell’India a quella popolare di Napoli, città in cui vive e arriviamo a stilare parallelismi tra questi due modi così lontani di vivere la spiritualità.

Alla stazione di servizio prima di Firenze vedo subito la mia prossima preda. E’ un uomo che ha già capito che sono un autostoppista e mi sta osservando. Mi dirigo da lui direttamente. Mi dice che va a Modena. Perfetto, dico io, possiamo andare insieme fino a Bologna. Quando arriva la moglie saliamo in auto e partiamo. Come sospettavo anche lui da giovane era un autostoppista e oggi è un uomo curioso affamato di racconti. Mi fa parlare per ore di India e di Iran. Sorride, è felice. Questo incontro lo sta facendo viaggiare, lo sta facendo sognare. Dice di invidiarmi un po’, di aver da sempre desiderato viaggiare, fare, credere, lanciarsi all’avventura, viversi. Ci abbracciamo a Bologna, entrambi emozionati. Ci siamo conosciuti fino in fondo. Sconosciuti a confronto, vite a confronto. Scambi gratuiti nelle strade afose degli appennini.

A Bologna dopo circa una ventina di secondi di attesa, incontro uno scout di Pordenone che mi porta fino a Padova. Dice di far parte di un gruppo di scout laico ed è felice di avermi al suo fianco. E’ esausto e quindi ha bisogno di parlare per mantenersi sveglio. Assume da subito un atteggiamento provocante. Cerca di mettermi alla prova quando gli dico che viaggio molto. Dice che occuparmi di tematiche locali potrebbe essere altrettanto importante (considerando i problemi sociali e politici che affliggono il nostro paese). Condivido, ma infondo poi parlare di Turchia e di Iran piace anche a lui e ci perdiamo nella storia a discutere di Impero Ottomano, Impero Romano, fascismo e Islam. Quando lui finisce di parlare siamo quasi a Padova. Mi lascia in una stazione di servizio e in cinque minuti incontro tre vecchietti che vanno all’arena di Verona e mi accompagnano fino alla stazione di Limenella. Una di queste vecchiette con la voce roca mi dice che fino a che non ci libereremo della finanza che ci comanda, continueremo a vivere nella merda. Sorrido e non dico nulla. Lo sapevo che oggi era il mio giorno fortunato.

Da Limenella, dopo aver aspettato un quarto d’ora, incontro un vicentino che abbastanza silenzioso mi porta fino alla stazione degli autobus di Vicenza. La loquacità guascona dei romani ha lasciato spazio alla riflessività di questo uomo di mezza età, che dopo avermi mostrato una maestosa villa del Palladio, è inorridito davanti alle costruzioni per il nuovo tribunale di Vicenza.

Arrivo alla stazione degli autobus di Vicenza alle 19.37, il mio autobus è alle 19.40. Spendo gli unici tre euro di un viaggio durato circa otto ore, che da Roma mi ha portato a Marostica attraverso tante belle anime e tante interessanti discussioni. Il tutto per aver riconosciuto al mattino il potere dello splendore del sole. Il tutto per essermi concesso alla strada, per aver avuto un po’ di fiducia e per continuare a credere che basta poco per rendere la propria vita ricca, anche senza avere tante banconote nel taccuino.

Di passaggio

Di passaggio, mi sento. Non solo nelle città dai templi acuminati, non solo in quei luoghi dove si favellano ignoti vernacoli. A casa, mi sento di passaggio. A casa, mi sento passeggero. Come si ci fosse sempre un treno che mi aspetta e un posto prenotato per me di fianco a qualche finestrino. Come se per forza dovessi sedermi sempre di fianco a qualche pellegrino della vita. Di passaggio, mi sento, soprattutto a casa, di passaggio. Nonostante gli alberi invecchino tutto odora d’immobilità. E anche se tutto intorno a me dovesse all’improvviso scomparire, nemmeno allora, forse, le cose assumerebbero un dinamismo. E’ pertanto attraente, quest’immobilità, che riesce a richiamarti da lidi lontanissimi per farti sentire immobile. Come se sedersi fosse essenziale per raggiungere la cima verso la quale stai camminando.